
Pittor del Vecchio e Nuovo Testamento
sentivo d’esser proprio nell’affresco
l’espression più viva di commento.
E fui infaticabil, sempre fresco,
a pinger muri e cupole di chiese
che tempo non avevo per il desco.
E sensazion di spazi e di distese,
su vòlte e su pareti immaginai,
e d’astri e spirti, nelle lor contese,
immani lotte ancor rappresentai,
e pur l’Eterno Padre che abbraccia
il Cosmo per amor, significai.
Pittura murale: affresco e tempera
[…] Intanto per l’affresco e sue strutture,
mi spinsi a far continue prove a getto,
e vidi ch’eran belle le pitture,
ma ciò nelle vacanze e non a scuola,
in libertà e non in positure.
Non nell’oblio grand’arte s’invola,
ma sua presenza ha sede nella luce
che spirito rischiara e a lei s’immola.
Il raggio suo tuttora mi riluce.
Affreschi, tempere e relativi disegni preparatori
[Per meglio esplicitare il “percorso” di ogni opera di Trivisonno destinata agli edifici sacri, ossia tutte le componenti che ne costituivano il complesso lavoro, si è scelto di dare una visione d’insieme mostrando, per ogni luogo dell’elenco presente in questa pagina, sia i disegni preparatori, financo i bozzetti o i piccoli studi, ove presenti, sia gli affreschi, sia le tempere su muro. Quindi gli elenchi degli affreschi, delle grandi tele e dei disegni preparatori fanno sempre riferimento alle opere presenti nelle chiese.]
Amedeo Trivisonno ha lasciato un gran numero di opere, a carattere sia sacro che profano. Le grandi opere per edifici sacri che portano la sua firma furono realizzate durante un arco di vita di settant’anni e comprendono affreschi, tempere su muro e lavori su tela e tavola (questi ultimi in numero minore). Secondo la critica d’arte Elena Pontiggia, Trivisonno “è uno degli artisti [del ‘900] che si sono maggiormente dedicati alla pittura murale” 1 e, come evidenziato nella biografia, ne sono testimonianza le diverse decine di opere murali.
[…] è assolutamente evidente che, a parte la qualità di questa pittura, ci troviamo di fronte al più prolifico affreschista italiano, e forse non soltanto tale, del nostro secolo. […] L’immane sforzo da lui compiuto nella stesura degli affreschi, unitamente ad un particolare carattere che lo estraniava per mancanza di tempo dalle competizioni commerciali delle Gallerie e da un presenzialismo nel mondo dell’arte, ha fatto sì che a questo artista venisse meno un maggior riconoscimento della critica, del resto inesistente nel capoluogo molisano.
(dalla presentazione del “Premio Amedeo Trivisonno” per giovani pittori, fortemente voluto da Nunzio Pascarella 2 ma non andato a buon fine)
Appena diplomato a Firenze, […] fu preso dal delirio del lavoro allorché firmava contratti su contratti che spaziava[no] nel tempo. Bozzetti su bozzetti, migliaia di cartoni che preparava per dar fondo alle opere lo tenevano inchiodato nel suo studio, da mane a sera e senza che si concedesse riposo. Così in ordine, per anni ed anni, s’arrampicava agile e svelto sulle impalcature delle cattedrali di Ferrazzano, di Campobasso, di Isernia, la cappella del convitto Nazionale di Campobasso, dell’ospedale Fatebenefratelli di Benevento. La chiesa dei Monti a Campobasso, di San Filippo Neri a Benevento e tante tante altre opere ancora nei paesi minori della provincia e nella Campania. Migliaia di figure di Santi, di Madonne, di angeli in sereni ambienti compositivi; frutto di tenaci studi della storia sacra parleranno un giorno di lui, del suo talento, della sua arte pura.
[…] L’affresco, pittura dei grandi spazi, delle grandi composizione in cui entrano in campo l’architettura e la scenografia e la cui tecnica difficile è fatta esclusivamente per i pittori veramente pittori.
(dalle Memorie di Antonio Pascarella, 1956)
La sua passione per la pittura murale è tutta in una lettera che, giovanissimo, scrisse alla fidanzata. La lettera contiene quella che potrebbe chiamarsi una dichiarazione d’intenti, e parla dell’artista che più lo ispira, Michelangelo.
Dopo aver dato termine, se si potesse dire, alla parte superiore della cupola [in quel periodo l’artista stava progettando gli affreschi per la cupola di Isernia], sento che non sono soddisfatto e l’animo mio volentieri si volge al gran fare di colui che nel secolo d’oro tenne lo scettro come padrone e capovolgitore dell’arte del tempo.
La sua arte ebbe il tumulto di tutte le sublimi aspirazioni dell’umanità cristiana, la sua arte scosse l’antico fare e diede il termine alle ascensioni di Giotto Masaccio Ghiberti Brunelleschi Donatello Raffaello Andrea Del Sarto e quanti altri mai artisti sommi. Segnò il termine delle ascensioni verso il bello e verso il divino perché dopo di lui non si seppe far movere il marmo, non si seppe più dar rilievo alla pittura, non si seppe più voltare la cupola di Dio con tanto ingegno e con tanta arte. Maria, ti parlo del divino Michelangelo.
Ed io, umile pittore e seguace del suo modo di vita, vado delineandomi nella fantasia un nuovo fare, un nuovo concetto dell’arte, una forma nuova che dai primi inizi del mio imparare è stata sempre ferma nella mente come una sfinge…
Veramente [che] l’arte è negata a Dio come la dice Leonardo. Sempre viva, non conoscendo morte, essa scuote e sacrifica il cuore di tanti uomini al lavoro incessante di progredir sempre!
L’artista è come quei che camminando su una trave gettata sui cigli di un immenso burrone, sente crescere lo spavento e la paura dell’altezza, man mano che azzardi il passo su di essa. Chi mai pote’ passare all’altro ciglio? Tutti furono spaventati e tutti caddero, ma il divino Michelangelo passò oltre perché era sorretto da Dio. Dalla vita sua inizi colui che si mette per la via dell’arte ché questa, come la scienza, offre uno sconfinato orizzonte. Povero me, che mi ci son messo senza saper dei primi fondamenti dell’educazione necessaria della mente. Povero me, senza saper di lottare perché non ho il facile accesso nelle narrazioni di tanti scrittori greci e latini. Mi ci voleva il ginnasio e il liceo, mi ci volea la scuola ove avrei imparato il classico, mentre col falso pretesto che alle tecniche potevo continuare a tenere la mano pronta al disegno, non ho potuto imparare altro che le cognizioni generali e superficiali. Ma ciò nemmeno tanto mi dà dolore, perché ci son molte traduzioni belle di queste opere classiche, quel che mi spaventa si è che i tempi che corrono sono talmente preoccupanti che impediscono lo studio e le speculazioni all’artista per tante necessità di vita da affrontare. Si spera un miglior modo di vita con questo nuovo governo che è governo di forza e di vero conoscimento delle potenze della nostra stirpe italiana, la quale benché schiava dello straniero e preda di tutti i popoli [qui c’è ‘del mondo’ con un rigo sopra] si è sempre manifestata indomata e rinnovellata con l’emergere di sommi italiani. Dante, Michelangelo, Machiavelli, Galileo. Sì, col nuovo regime e col nuovo modo di pensare si spera ad un’operosità più italiana, più attiva. Io mi dichiaro fortunato di essere italiano, perché la lingua che parlo io l’hanno parlata i grandi che t’ho accennato, e le cose meravigliose dell’arte stanno in Italia, dove sono nato io. Che mi manca dunque? La volontà di voler fare. Si faccia quel che la mente vagheggia, si corra dietro la bellezza e la bontà, si creino i capilavori dell’ingegno umano, si senta la vita un dovere e non un godimento.
Ed ora volgendo di nuovo lo sguardo alle fotografie delle opere di Michelangelo, che ho allineato sul muro della camera, penso che quello che ancora mi resta a fare nel presente lavoro voglia imparare quello già fatto, anzi di gran lunga impararlo, e superare voglia me stesso in ogni linea che traccio, in ogni lavoro che eseguirò in avvenire.
Il Signore mi ha dato un’intelligenza, ed io ho il dovere di educarla al buon bello.
25 aprile 1927
Verso la fine della sua vita, riandrà col pensiero agli affreschi, che considera le sue creature, sempre preoccupato per alcuni di essi che nel corso dei decenni si sono man mano deteriorati.
Quelle opere che fatte da decenni
ancor le posso rivedere in vita,
alcune in buono stato, ancora indenni,
ma l’altre guaste per mal che a lor s’insita
con l’umido salmastro, come a gelo
che vien da tetto o da parete sita
a settentrione e il freddo, come un velo,
l’incipria prima e poi le corrode.
È questo il danno che a tutti rivelo.
Che fare contro l’umido che rode
se non cercar l’aiuto che m’importa?
La gente crede che ciò sia frode?
Silenzio è la sua risposta accorta,
e quegli affreschi a morte vanno certa.
Se il pittore bussa, è alla porta,
è come sperso se non viene aperta.
Non sa a chi altro chiedere l’aiuto.
Non sa capacitarsi se l’offerta,
richiesta con amor, trova rifiuto.
La chiesa dei Monti attende omaggi
e vuole mani esperte per compiuto
restauro da farsi con lavaggi
sapienti e ripetuti fin che il sole
torni sulle pitture coi suoi raggi.
Restauro d’affresco io feci e quel sole
ridonai alla “Cena” in Cattedrale,
con pane, aceto ed acqua, come vuole
l’usar delle sostanze al naturale,
e mai pennelli e tinte, che ignoranti
li credono occorrenti a impresa tale.
Ma se un Amedeo dipinse i Santi,
un altro Amedeo 3 ancor darà luce,
se qualche porta s’aprirà ai santi.
Vale la pena specificare una cosa importante: quando si parla di affreschi in realtà ci si riferisce a un modo generico di descrivere la pittura murale. Lo stesso Trivisonno ha infatti eseguito sia pitture “a fresco”, giustappunto sull’intonaco fresco, sia dipinti stesi con delle tempere direttamente sul muro, a secco. Il più delle volte ha adoperato la tecnica dello “spolvero”, ossia, una volta eseguito il disegno a grandezza reale (la stessa da riprodurre sul muro), l’artista seguiva il contorno delle forme (figure, panneggi, volti, etc.) bucherellando il tracciato del carboncino o della matita con un chiodo o uno spillo. Per eseguire l’affresco si faceva naturalmente aiutare da un muratore che gli aveva già preparato la parete con l’intonaco fresco da dipingere immediatamente, prima che si asciugasse. Una volta applicato il cartone sulla parete appena intonacata, spolverava lungo tutta la linea forata con un tampone intriso di polvere di carboncino, di modo che la polvere si depositasse sul muro, riproducendo così le forme da dipingere. Per questo motivo era necessario avere i disegni già preparati in modo da poter dipingere senza ripensamenti.L’artista realizzò tali opere in diverse regioni italiane, Molise, Abruzzi, Lazio, Puglia, Campania e al Cairo in Egitto. In termini di estensione, si tratta di circa 4000 mq.

Scrive Luciano Caramel:[…] Trivisonno realizza […], appena ventitreenne, un lavoro grandioso, le decorazioni ad affresco della cupola, dei pennacchi, delle volte della navata centrale e del presbiterio, nonché delle pareti della Cattedrale di Isernia. Un’impresa da far tremare i polsi, degna dei grandi decoratori del Settecento. Il giovanissimo artista ricoprì di colorate figurazioni superfici estesissime col gusto, con la felicità verrebbe da dire, di invadere lo spazio, di definirlo e aprirlo con i suoi cieli, i suoi angeli, i suoi santi. 4
1 Amedeo Trivisonno – Cartoni d’affresco 1927-1939 (catalogo della mostra omonima tenutasi a Firenze dall’1 al 29 ottobre 2000 e a Campobasso dal 7 novembre al 28 dicembre 2000), Edizioni Polistampa, Firenze, 2000 – pag. 19
2 Nunzio Franco Pascarella, curatore della mostra L’opera pittorica di Amedeo Trivisonno – Una pagina dell’arte italiana del Novecento (catalogo della mostra omonima tenutasi a Campobasso dal 26 maggio al 16 luglio 1998), Editrice Lampo, Campobasso 1998
3 Si riferisce ad Amedeo Cicchitti, restauratore di beni archeologici e artisti, che provvide per esempio a restaurare gli affreschi di Pollutri (1926).
4 L’opera pittorica di Amedeo Trivisonno – Una pagina dell’arte italiana del Novecento (catalogo della mostra omonima, Editrice Lampo, Campobasso 1998, pag. 38