Opere da cavalletto

Quell’anno del quarantasei ormai
lo chiudo ripensando a tanti
quadri
svariati che intimamente mai
porrò in oblio, se non ci saran ladri
capaci di rubare i sentimenti
che tengono legati i figli ai padri.
I versi sopra riportati testimoniano una sorta di timore che queste sue creature finissero per disperdersi nel corso degli anni. Infatti, parallelamente alla grande pittura murale, Amedeo Trivisonno teneva molto, e vi si dedicava con passione, alla cosiddetta pittura da cavalletto. Tant’è vero che a questa pittura più “facile” dedicava lo stesso identico trasporto riservato agli affreschi. In un certo senso aveva anche lo scopo di dargli più respiro, farlo “riposare” dalla monumentalità delle grandi opere, ma per lui era altrettanto importante da diversi punti di vista.
Prima di tutto, amando sperimentare le tecniche pittoriche, il quadro di limitate dimensioni era un’ottima palestra per le sue emulsioni. La sua passione, come si è visto, lo portava a provare e riprovare finché non trovava quella più soddisfacente, e non solo nella composizione dei vari elementi delle emulsioni, ma anche nell’applicazione delle stesse sui colori a olio. Olio che non lo soddisfaceva affatto e che cercava, con i suoi esperimenti, di rendere più fluido, alla maniera degli antichi. Ed era certo di esserci riuscito.
C’è poi da considerare che spesso il ricavato della vendita di ritratti, paesaggi e nature morte contribuiva al sostentamento della numerosa famiglia. Peraltro molte volte, guardando a ritroso alla sua produzione pittorica, si rammaricava del fatto che molti quadri gli erano stati sottratti senza compenso. Come scriveva in una lettera: “Chi li possiede questi quadri sono tipi platonici, oppure gente che non dà nessuna importanza al lavoro perché è stato regalato, trafugato, preso a mia insaputa. Rari sono stati quelli che hanno corrisposto con moneta sonante a un mio gesto amichevole, a una mia elargizione cordiale.”
Ma soprattutto grande era la felicità che l’atto stesso del dipingere gli procurava. In diverse terzine delle sue Memorie traspare chiarissimo il suo amore per la pittura, sua prima ragione di vita e suo costante punto di riferimento (Luciano Caramel).
A testimoniare la sua urgenza di riportare anche su carta l’oggetto della sua osservazione sempre vigile, esistono molti piccoli schizzi a penna o matita di quando insegnava al Cairo e durante le lezioni riprendeva velocemente gli stessi allievi impegnati nel loro lavoro.
Molti gli autoritratti (essendo egli stesso il soggetto più a portata di mano per sperimentare e placare la sua passione pittorica), i ritratti, i paesaggi, le nature morte. Marco Fagioli ne parla a lungo nel bel saggio Amedeo Trivisonno – Ritratti e paesaggi tra le due guerre, presente nel catalogo della mostra che la città di Campobasso volle dedicare all’artista, a tre anni dalla scomparsa.1
Egli nasce […] come pittore della “realtà” e a questa sua vocazione, alla descrizione disadorna del vero, nei ritratti e nei paesaggi egli si atterrà sempre fedele. Della sua formazione, della sua travagliata eppur bella vicenda di pittore viandante, Trivisonno ci ha reso conto in quella particolarissima autobiografia in versi che egli ha lasciato […]; qui, nell’appassionato ripercorrere il proprio passato, l’artista rivela tutta la sua semplicità d’animo e testimonia la propria inesausta passione artistica, insorta in lui fin da giovanissimo ed assecondata dai parenti che, in assenza di un istituto consimile a Campobasso, lo iscrissero alla scuola d’arte di Roma; l’ultimo anno lo frequentò a Firenze, dove tra gli altri insegnava allora Ugo Capocchini.
[…] accanto a questa più appariscente produzione, Trivisonno sempre condusse la pittura da cavalletto, della cui memoria l’autobiografia è impregnata non meno che di quella degli affreschi, a testimoniare che non minore fu per lui l’impegno artistico dei ritratti e dei paesaggi, i soggetti che prevalsero nettamente nei suoi quadri (più rare le nature morte) […], una pittura, quella dell’artista molisano, di saldo impianto realistico, seppure già allora scevra da rigidità accademiche. Su questa partenza potentemente realista […] si innesta poi una voce più intima, di racconto borghese della vita familiare: e non intendo qui, per borghese, il tono eroico, quasi politico, di una pittura in qualche modo antitetica ai fasti della Roma imperiale e pur tuttavia celebrativa degli ideali di una classe ricca e imprenditoriale, quanto quello spirito più civile del racconto, in Trivisonno della illustrazione delle proprie origini, del lavoro, della vita domestica, degli affetti, in una sorta di composto lessico familiare. Su questa vena di realismo civile egli, tra gli anni Trenta e Cinquanta, andrà cogliendo i suoi frutti più maturi. Intendo un dipinto esemplare come La lezione di piano del 1938, ove la figura della bambina al piano, FOTO vestita in bianco, vigilata nell’esecuzione della musica da un attento maestro in grigio, sembra ricondurci sorprendentemente ad altri esempi della pittura realista europea: ed alludo soprattutto alla pittura inglese che da Walter Sickert ad Augustus John, passando anche per figure eclettiche come Brangwin e Stanley Spencer, ci ha reso gli esempi migliori di una pittura figurativa moderna di impianto realista durante il primo cinquantennio del Novecento. 2

Mia figlia Pia in posa seppe stare
interpretando il ruolo di scolara
a dir la lezione e all’imitare.
L’artista è illuminato quando impara
a legger sentimenti di chi posa,
che sol mestier non fa arte preclara.
Leggendo i suoi versi, capiamo che non era dunque solo questione di mestiere, per lui, che pure ne aveva da vendere, era entrare profondamente nel soggetto da dipingere, sia che si trattasse di un paesaggio, di oggetti, di un volto o anche di sé stesso, quando allo specchio ritraeva i propri lineamenti.
Con questa stessa sensibilità riuscì a cogliere l’anima dei molti ufficiali e soldati alleati di stanza a Campobasso durante la seconda guerra mondiale, che chiesero il proprio ritratto da mandare alle famiglie lontane.
Sempre lo ispirarono anche i luoghi della sua vita, Campobasso, Il Cairo, Firenze, e numerosi paesaggi ne sono tuttora testimonianza.
A parte la qualità pittorica che queste tele rivestono, esse assumono anche quella di specchio di una società civile. Quattro generazioni sono rappresentate in una serie di numerosissimi ritratti, come immagine di un lento e modesto dipanarsi della vita familiare e sociale; è un altro tipo di affresco, che rispecchia le immagini di un intero popolo, e le sue domestiche illusioni, entro le due guerre e anche dopo, fino ai nostri giorni, mentre la società, soprattutto campobassana,cercava di guardarsi dentro e crescere, per quell’ineluttabile processo di emancipazione naturale legato a ogni società civile. Trivisonno è stato il testimone dell’immagine, attraverso i suoi ritratti, di una società piccolo-borghese, artigiana, commerciale e familiare, che nel possesso delle sue opere, mentre dimostrava l’apprezzamento per le virtù artistiche del Maestro, individuava per sé stessa un segno di distinzione ed emancipazione familiare, e un motivo di trasmissione ereditaria di tale spirito. 3
Trivisonno è stato anche il cantore del paesaggio molisano e cittadino, attraverso una stagione poetica lunghissima che lo ha visto dipingere i luoghi simbolici della nostra memoria urbana e rurale con quei richiami emblematici di referenza campobassana al castello Monforte, al fiume Biferno, alla montagna del Matese, alla neve. Cioè la sua opera ha registrato, durante circa un secolo, l’aspetto arcadico ma aspro del paesaggio molisano, il ritratto di una società della provincia centromeridionale italiana, e lo spirito di una religiosità francescana di un’intera popolazione, in un silenzioso confronto con l’arte figurativa italiana a lui contemporanea. 4
Si è scelto in questo contesto di creare delle gallerie di immagini delle opere da cavalletto dividendole per periodi, dalla prima opera di cui si ha traccia, Campobasso sotto la neve del 1923, all’ultima, Autoritratto ideale, terminato quindici giorni prima di morire (Firenze, 28 dicembre 1995). Visto a posteriori questo quadro assume un significato emblematico: in una tela di cm 100×150 l’artista ritrae sé stesso mentre dipinge, seduto al cavalletto e inserito in un paesaggio tante volte in passato già dipinto, quello del Castello Monforte di Campobasso. Quasi a voler coronare simbolicamente, all’interno del suo Molise – e come presentendo la fine così vicina – l’opera di tutta una vita.
1 L’opera pittorica di Amedeo Trivisonno – Una pagina dell’arte italiana del Novecento (catalogo della mostra omonima, Editrice Lampo, Campobasso 1998, pagg. 82-9
2 Ibidem, pagg. 84-86
3 Nunzio Pascarella in L’opera pittorica di Amedeo Trivisonno – Una pagina dell’arte italiana del Novecento (catalogo della mostra omonima, Editrice Lampo, Campobasso 1998, pag. 1
4 Ibidem, pag. 14
1923 – 1930

1931 – 1940

1941 – 1950

1951 – 1960

1961 – 1970

1971 – 1980

1981 – 1990

1991 -1995
