
Disegno
[…] Trivisonno ha lasciato dei taccuini che hanno un valore particolare. Sono proprio dei manoscritti, perché tutto ciò che contengono è stato tracciato, fatto a mano, ma sono manoscritti che non si leggono, perché non contengono alcun testo. Li si sfoglia, li si ammira, ci si lascia sedurre. Le pagine, ormai patinate dal tempo, esprimono la sua vocazione di disegnatore perfetto. Il suo messaggio è sempre attuale. […] E una delle principali lezioni che hanno ricordato i suoi allievi è che il disegno non è un’attività gratuita, un lusso inutile, ma l’arte dell’osservazione. Quest’arte egli esercitava anche per gli avvenimenti più banali, che costituivano il quadro della vita. Approfittava di tutte le occasioni che gli si presentavano per allargare il ventaglio dei temi delle sue opere e migliorare una tecnica che dominava perfettamente. Testimone discreto, non amava posare il cavalletto in luoghi frequentati. Notava sul suo taccuino di schizzi i tratti essenziali che gli avrebbero permesso poi di fare un quadro completo. Disegnava velocemente. Vedeva nel disegno il modo di esprimere le sensazioni e i sentimenti che noi proviamo quotidianamente. L’artista, diceva, ritrae il movimento, più esattamente la vita.
Dai diari di Anna Maria Trivisonno
Questo era il modo di concepire il disegno per Amedeo Trivisonno. L’osservazione innanzitutto. “La pittura è osservazione pratica. Ho sempre avuto il temperamento dell’osservatore, amavo osservare. Il disegno non è un’attività gratuita, un lusso inutile, ma l’arte dell’osservare. È il senso delle proporzioni e della sfumatura: così facendo formi il giudizio. Ho visto nel disegno il mezzo per esprimere le sensazioni e i sentimenti che provo quotidianamente. Approfitto di ogni occasione per allargare il ventaglio dei temi dei miei dipinti e migliorare sempre una tecnica che cerco di padroneggiare.” (Dai diari della figlia Anna Maria, che amava annotare sui suoi quaderni le conversazioni con il padre)
Ha lasciato centinaia di disegni, dai grandi disegni preparatori ai piccoli schizzi. Si parla di centinaia di disegni preparatori e di altrettanti disegni, piccoli e grandi, nonché di bozzetti, che l’artista realizzava man mano che lavorava. Se i disegni preparatori per la pittura murale non ricoprono, come ci si aspetterebbe, data la meticolosità lavorativa dell’artista, gli stessi quattromila metri quadrati degli affreschi, disseminati nelle chiese del Molise, in altre regioni italiane e al Cairo, è solo perché molti di essi venivano usati per diversi cicli (soprattutto nei primi anni ‘40, quando risultava difficile trovare la carta). C’è anche da dire che molti di questi magnifici disegni sono andati perduti. Quello che è certo è che il carboncino, la matita, la sanguigna, etc. nella mano operosa dell’artista hanno tracciato un numero sconfinato di linee, hanno sfumato con passione i chiaroscuri di tante figure e di tanti soggetti. Quando disegnava, per un ciclo di affreschi o per una tela, grande o piccola che fosse, si concentrava infatti moltissimo sui segni che tracciava, sulla prospettiva, sul chiaroscuro. Sosteneva che tutto, dopo, sarebbe stato più facile, perché alla base della pittura c’è il disegno.
Trivisonno condivideva (nei fatti dell’arte sua, se non necessariamente nella teorizzazione speculativa) la concezione rinascimentale, platonica, del disegno. Com’è noto, Federico Zuccari aveva distinto un “disegno interno” (cioè la forma della cosa che si crea nella mente ed è un’emanazione dell’intelletto divino, una “scintilla della divinità”) e un “disegno esterno”, cioè l’atto manuale che rende visibile quella forma. Il disegno interno, allora, viene a coincidere con l’idea, e il disegnare diventa la possibilità di conoscere l’eidos della cosa, la sua realtà incorporea ed eterna. 1
[…] Quello che ci preme sottolineare, soprattutto, è che nel clima culturale in cui Trivisonno si trova ad operare l’abilità nel disegno (e nel cartone per affreschi che del disegno è una delle declinazioni più alte e compiute) non era considerata un mero dato artigianale, un semplice portato del mestiere. Era l’espressione, il fine e insieme l’esito più alto di una concezione neo-umanistica che oggi si è persa sia dal punto di vista pratico (basti pensare al minor valore, anche in termini materiali, che si attribuisce alle carte di un artista), sia dal punto di vista teorico (il disegno è generalmente considerato una traccia intima, privata, diaristica, e quindi istintiva, dell’opera). 2
[…] Un altro raffronto si potrebbe tentare con Cavalli (1932) dell’Istituto Pilla, […]. In questo caso vengono in mente i cavalli rampanti, che proprio nel 1932 escono dalla bottega del giovane Fontana e da quella di Broggini. Il che, si intende, non significa qualche forma di conoscenza o di contatto, ma sta solo a significare come Trivisonno, che per tutta la vita percorre una strada autonoma, da solitario dell’arte, sia tutt’altro che avulso da temi e stimoli che attraversano il suo tempo. 3
1 – Elena Pontiggia, in Amedeo Trivisonno – Cartoni d’affresco 1927-1939 (catalogo della mostra omonima tenutasi a Firenze dall’1 al 29 ottobre 2000 e a Campobasso dal 7 novembre al 28 dicembre 2000), Edizioni Polistampa, Firenze, 2000 – pag. 17
2 – Ibidem, pag. 19
3 – ibidem, pag 20

