Materia pittorica

Io cerco lo splendore della materia
Materia pittorica
[…] Facilità, scorrevolezza, libertà e velocità sono le caratteristiche che cerco. Altrimenti come avrebbero fatto gli antichi a essere così doviziosi di opere e così perfetti nel modellato e nella bellezza della materia pittorica dei loro quadri? Quando fu possibile eseguire con lo stesso splendore e con la stessa perfezione sulla tela quello che era stato fatto sull’intonaco fresco, la pittura di cavalletto soppiantò l’affresco, tanto che i veneti specialmente fecero delle tele enormi quanto le pareti. Tintoretto, Veronese, Tiziano ce ne danno la prova e hanno raggiunto perfezioni tali che ci sbalordiscono. [..] se sull’intonaco bisogna sbrigarsi nel giorno per finire il pezzo, sulla tela si può buttare giù l’abbozzo e con tutta comodità e con tutto lo studio si può condurre l’opera fino a che le risorse sensitive dell’artista vogliono.
Ma quei grandi veneti e altri 500isti quando dipingevano una tela o una tavola facevano un abbozzo che oggi sarebbe chiamato quadro completo. Nei conventi [e] abbazie loro erano conosciuti perché avevano un grande equilibrio di nervi e una grande chiaroveggenza dell’opera in tutti i suoi particolari.
Allora io comincerei a fissare, anzi ricalcare, il disegno – e se mi fosse possibile inciderlo nello strato della preparazione della tela o della tavola – poi metterei il colore locale […] o altro elemento – e su questo colore locale […] darei con un colore [fisso?] variato dall’acqua in tutte le funzioni sue – sempre per quel che riguarda lo scuro. Poi metterei i chiari e poi le variazioni accidentali del colore locale. Finite le varie parti, andrei su con colla diluita per fermare tutto. Poi velature poi altra leggera colla e poi verniciatura.
Escludendo la colla e la vernice non fo così nell’affresco?
Da sempre affascinato dalla materia pittorica, Trivisonno è continuamente alla ricerca di una composizione del medium più confacente alle sue necessità espressive, da poter usare, come abbiamo letto sopra, nei dipinti su tele e tavole, come facevano gli antichi. Negli anni giovanili aveva perfino preso lezioni di chimica per poter meglio comprendere e applicare la materia alle sue ricerche. Ne sono testimonianza le pagine di un’agenda da cui è tratto lo scritto qui sopra. In realtà si tratta, sì, di un’agenda del 1942, ma viene usata anche negli anni successivi, a mo’ di quaderno di appunti, arrivando fino al 1949.

Dose grande
16 uovi (torli)
3 misure di olio (da grammi 295)
1 “ di acqua di broda
1 “ di acquaragia […]
¼ “ essenza di pino marittimo
2 “ gomma arabica
2 cucchiai da tavola di glicerina
4 albumi d’uovo (battuti e tenuti a riposo per 24 ore)
A partire dalle prime pagine utilizzate, che in realtà portano date del 1949, molte sono le ricette appuntate con grande meticolosità.
È questa la prima ricetta [12 gennaio 1949] che appare aprendo l’agenda, ma come abbiamo visto è stata scritta nel ‘49, dopo tutte le altre. Il 3 marzo 1942, sotto il titolo “Tecniche”, comincia a riportare le ricette delle varie emulsioni che man mano mette a punto. Chiamerà con la sigla “3 (I.s.a.)” la prima che veramente lo soddisfa e la mette a punto dopo anni di ricerca e sperimentazione intensissime. La porrà a addirittura in vendita a Campobasso nel negozio del padre, assolutamente certo della sua efficacia.

Di seguito la descrizione della 3Isa mandata a una figlia che gliene aveva fatto richiesta.



Dal ‘42 in poi riporta fedelmente la descrizione delle sperimentazioni. L’agenda gli serve anche per riportare le sue considerazioni su una materia che lo appassiona moltissimo.
Queste considerazioni le fo per arrivare a fare una pittura veloce, non untuosa, magra e luminosa, per escludere quel senso di lumacoso e viscido caratteristico dei colori macinati all’olio. Senza dire che lavorando all’acqua le fusioni sono facili e vellutate. La pittura all’olio col tempo diventa farinosa, si screpola e s’imbruttisce.
La pittura a fresco è quella che più mi soddisfa. Se potessi realizzare tutte le belle qualità dell’affresco sulla tela avrei fatto una grande conquista.
È certo che gli antichi per arrivare a quelle perfezioni tecniche del 500 (Tiziano) hanno sempre lavorato a tempera, poi si è cominciato a parlare dell’olio. Ma come? Era tutt’olio? È assodato che non era tutt’olio. (12 marzo 1944)
Ed è questa la sfida che l’artista si pone: lavorare sulle tele e sulle tavole con la stessa facilità, scorrevolezza, con lo stesso splendore raggiunto dagli “antichi” nell’affresco.
E perché vediamo con stupore la grande rassomiglianza dei loro cosiddetti oli con le loro tempere e i loro affreschi? Sembra quasi che per loro [a] passare dall’una all’altra tecnica non vi fosse alcuna difficoltà. Splendore e perfezione in tutte le tecniche, anzi la stessa qualità, le stesse risorse, lo stesso carattere. Perché oggi noi siamo così diversi quando passiamo dall’olio all’affresco e, cosa stupefacente! perché un provetto frescante perde il fuoco quando passa alla pittura all’olio – e quando uno pratico dell’olio si trova imbarazzato quando si trova a fare una tempera o un affresco, o addirittura rifugge dal praticarli?
Le mie deduzioni sono semplici. Il pittore sulla tela deve avere le stesse libertà che ha nell’affresco e per attuare ciò i suoi colori non possono […] macinati all’olio.
Deve trovare una materia pittorica simile alla calcina del frescante per potervi stendere sopra il suo tessuto pittorico – che si ottiene, come nell’affresco, con le sovrapposizioni di acquette colorate, tante, fino ai giusti spessori.
Dalle riflessioni e considerazioni riportate risalta vivissimo il desiderio quasi febbrile di emulare la pittura degli antichi, soprattutto dei veneti: come riportato sopra, si era proposto di rendere sulla tela la stessa pastosità e levigatezza dell’affresco, e soprattutto con l’emulsione 3 Isa era convinto di esserci riuscito.

La 3 Isa l’ho trasformata in una pomata mettendovi della resina. Dopo po[che] ore stando nella tazza ha prodotto in superficie una crosta spessa, l’ho rimacinata tutta intera con la spatola, schiacciando via via le pellicole crostacee. Vi aggiungo dell’olio e dell’acqua e la metterò in un flaconcino ben chiuso. Questo per evitare che indurisca. Sembra un uovo battuto (zabaione), con l’aggiunta dell’acqua è diventata più bianca e di migliore aspetto. L’olio non l’ho più messo, riscrivo la composizione = 1 ovo, 1 aceto, 3 o 4 olio, 1 acquaragia, ½ glicerina, 4 gomma arabica, 1 ½ resina, 4 acqua. [Ho aggiunto ancora olio il 6.8.1942 (nota evidentemente aggiunta in seguito)]
Lo scopo principale, in queste continue, quasi convulse, sperimentazioni, è quello di superare i limiti della pittura a olio:
[…] La pittura a olio diminuiva, castigava, impoveriva la mia emozione. Ora lavoro con fiducia, con la sicurezza di fare sempre meglio di prima e nell’animo si forma una gioia intima, una volontà sempre maggiore di fare, mentre la fantasia è potentemente aiutata al punto da sentire nella 3 Isa una vera compagna, una fedele alleata, un tesoro il cui valore cresce sempre con l’andare avanti o nell’esperienza. [19 agosto 1942]
L’Emulsione deve essere composta di pochi elementi. Alcune gocce, e sembrano di gomma, trementina o un’essenza (quadro della donna del ‘500 a sinistra). Che sia la vernice che ha colato (?) I bianchi sono fortissimi e i neri intensissimi. L’Emulsione deve sciogliere facilmente il colore e se ne deve permeare, abbellendolo e potenziandolo. L’emulsione è trasparente. Non dimenticare che l’emulsione è la parte sostanziale della pittura. Non dimenticare di provare: vernice, trementina, acqua, gomma, colore, olio e lavorare su tela impermeabile. Provare diluente. [31 luglio 1942]
Con l’emulsione e colore si può scrivere su ogni parte del quadro. Chiaro su scuro, senza che il primo sia alterato, e scuro su chiaro, senza che questi perda la potenza e l’intensità. Insomma, le pennellate, volendo, non si frammischiano. Volendo, dico, si possono fondere. Si deve poter volare. Si deve poter ricominciare a modellare anche a grande spessore se occorra. [pagina “riassunto di luglio”]
Ritratto di Giovanni Eliseo. Lavoro con la 3 Isa che diventa sorprendente quando si usa acqua convenientemente. È una pittura velocissima ed è un piacere anche lavorare di manico. È duttile, aiuta la fantasia durante il lavoro. [16 agosto 1942]
Ho dipinto un paesaggio “La Madonnella”. Usando la 3 Isa ho lavorato con vero piacere. Nessuna difficoltà ha svisato quello che mi ero preposto. Anzi la materia pittorica che mi sono fatta riveste bene e migliora in certi casi la mia fantasia.
[…] Il paesaggio che ho voluto fare l’ho trasformato completamente dal vero che è sempre volgaruccio e che spesso stanca. Tutte le esperienza di pittore consumato sono asservite con la mia materia che le mette… [19 agosto 1942 – la frase non è conclusa]

Nel 1942 incontra a Milano Giorgio De Chirico con il quale ha scambi di opinioni e di ricette sulle tecniche pittoriche.
Ho visto le pitture di De Chirico. Mi sono consolato pensando che non sono distante. Certe velature sono ottenute con l’acqua, alcune scolature giallo brunastre mi fanno pensare che l’emulsione contenga della gomma. Gli impasti sono grandi e la pennellata è libera […] Noto la presenza dell’acqua perché solo con l’acqua si possono unire delle tinte, direi quasi, levigarle. C’è anche olio in dose ragguardevole. Mi convinco che vi è l’ovo per certe bollicine che sono venute anche a me quando ho dipinto con la [emulsione] 4 del 24.6.42. [29 luglio 1942] *
Nella pittura da cavalletto […] il suo linguaggio si arricchisce e si apre a tecniche diverse, come la tempera e la pittura a olio, spingendosi anche a sperimentare antichi procedimenti pittorici come l’encausto (Salvatore Vacanti in https://fondazionedechirico.org/wp-content/uploads/2019/06/160-192-METAFISICA-N.-9-10-S.Vacanti_ITA.pdf, pagg. 188-190).
Infatti con la stessa passione dedicata alle emulsioni Trivisonno si approccia alla tecnica dell’encausto, alla quale ha dedicato lunghi studi e sperimentazioni incessanti già dagli anni ’30. Durante la sua permanenza al Cairo, nel Museo Egizio studia da vicino le Maschere ad encausto provenienti dal Fayoum ed è portato a sperimentare la stessa tecnica. Avrà inoltre modo di procurarsi direttamente nel deserto di Wadi el Natrun gli stessi sali usati dagli antichi pittori egizi.
Nel gran Museo Egizio feci impatto
con Maschere del Fayoum là esposte.
Eran della grand’arte del ritratto
e queste, sui sarcofaghi già poste,
sembravano volere confidare
che di colore e cera eran composte.
Difficile in rima è lo spiegare
che cosa sia l’encausto in pittura:
“è tempera a cera da scaldare”.
Chi vuoler impararne la struttura,
si compri il “Sale della terra” il saggio
dell’Elena di Zeusi a cultura.
Realizzai la tempera e l’assaggio,
che mi convinse, dette il risultato
della materia giusta per dosaggio
di cera e “natrun” ben determinato.
Così ci lavorai, ma al calore
tenue lucido a sprazzi le fu dato.
Dipinger su lavagna è assai migliore,
difatti la materia riscontrai,
uguale alla “Polymnia” che d’amore
a Cortona mi spinsi e la guardai.
Ci vo’ sempre come rondine al nido..
Classicità mi prende più che mai.
* Molto deluso rimase l’artista quando, nelle Memorie della mia vita di De Chirico (Rizzoli, 1962), non trovò nessun accenno al proprio nome, come autore della ricetta, pure riportata in mezzo a molte altre. Del resto la stessa emulsione, apprezzata da molti, come riportato in una lettera spedita dal Cairo a una delle figlie, fu da Trivisonno spedita al gallerista Piero Grande di Milano, che voleva lanciarla sul mercato. “Gliene mandai parecchia, ma niente denaro. La emulsione piacque a Carrà, a Borgese, a Paschetto, a Notte, a Cadorin e tanti altri. Poi l’oblio. Fu una delle tante chimere che l’uomo insegue. Però fu regolarmente brevettata dal ministero delle ricerche di allora. Volevo la qualità dell’affresco sulla tela, sulla tavola….” (Lettera alla figlia del ’59). E qui l’artista riprende senz’altro a parlare dell’unica cosa che in fondo gli interessava. E conclude: “Cara figlia, il fatto è che l’artista cerca il suo mezzo espressivo che è il corpo fisico della sua pittura. E’ un fenomeno dello spirito, dei più profondi.”
(da L. Caramel, M. Fagioli, N. Pascarella, E Pontiggia, L’opera pittorica di Amedeo Trivisonno – Una pagina italiana del Novecento, catalogo della mostra omonima, Campobasso 1998, nota 20 pag. 192)
