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…e perché no?
Negli anni passati al Cairo, i primi ‘60 per l’esattezza, Amedeo Trivisonno si cimenta con l’arte astratta. Lungi da lui immegervisi del tutto, legato com’è all’arte del Rinascimento e comunque alla figurazione. Forse potremmo chiederci perché proprio quando è così lontano dalla patria senta il bisogno di questo approccio. Probabilmente la distanza fisica gli permette di guardare con un po’ di distacco e quindi con occhi diversi quelle che lui, a volte con un certo disdegno, considera forme d’arte che nulla hanno a che fare con la sua visione della pittura, ma che evidentemente lo colpiscono, se si permette di fare queste prove.
Del resto una recente intervista di TeleMolise, dal titolo Nuova luce sulla concezione artistica di Trivisonno e Pettinicchi, ha portato alla luce un aspetto inedito di Trivisonno. L’intervista è a Vincenzo Manocchio, gallerista ed editore in Campobasso, che dice di essere venuto in possesso di una lettera del 1988 che Trivisonno scrisse all’amico scultore Pasquale Napoli. Nello scritto l’artista dimostra di apprezzarne molto lo stile astratto, ma a condizione che il retroterra sia solidamente culturale e figurativo. Come un’evoluzione, come un distillato della figurazione che sfoci in forme astratte. E stando alle terzine sotto riportate l’ammirazione per Napoli era rispondente ai suoi principi, dunque autentica.
Pasquale Napoli, scultor pregiato
discepol di Giovanni il Manocchio,
da tempo conosciuto ed ammirato.
La sua produzione ha in Moore l’occhio
e m’è piaciuta quando l‘ho veduta
insita in panorama a giro d’occhio.
È una scultura di forma evoluta,
ha senso come scolpita dal vento,
o modellata dall’onda canuta
d’antico fiume che scorre intento
a dare forma ai sassi del suo greto.
Scultura meditata io la sento,
senza soggetto, e questo è il suo segreto,
ché l’”essere” soltanto fa presenza,
per altro intendimento pone il veto.
È libera dal gioco di coscienza
che in ogni scelta è pronta ad ammonire.
Io son con lui, ammiro la sua scienza.
Tornando ai …e perché no?, è al Cairo che, sia pure sotto forma di rapidi schizzi a biro, prendono forma idee, abbozzi, schemi, ai quali a volte egli dà un titolo. E in un paio di questi piccoli disegni, il titolo/commento è appunto …e perché no?
In un suo quaderno di appunti, risalente proprio al periodo cairota in cui si era dilettato nel tracciare linee non esattamente del suo stile (1961-65), è stata ritrovata una paginetta con qualche riflessione sul senso della pittura. Purtroppo mancano delle pagine e il discorso rimane non concluso.
17 maggio la Pentecoste 1964
Gli esperimenti recenti nella tecnica della pittura a olio mi hanno dato dei risultati buoni, ma sono in un periodo “arido”. Poi sono molto impacciato con me stesso, […] e nessun soggetto ora mi attira. Ma una volta “in forma” potrò mettere in pratica, anzi sfruttare le conquiste tecniche raggiunte. Sono conquiste nel campo dell’impiego del colore e nella conduzione di un quadro, che interessano “solo” ciò che è Pittura. È lecito per un pittore fare oggi la pittura come per il passato è stato fatto con i suoi ideali, con la funzione di ri-creazione e con lo scopo unico di educare? Domanda fuori luogo? Perché dubitare? Sono nel vero i pittori quando si allontanano dalle forme? Sono cambiati gli scopi dell’arte oggi? Sì, oggi l’arte è piuttosto messa al servizio dell’utile e la pratica…
Nunzio Pascarella parla diffusamente di questi disegnini in un bel saggio sul catalogo della grande antologica del 1998. Questi taccuini segreti, come li chiama, non a caso, furono ritrovati tra le carte dell’artista negli anni seguiti alla scomparsa dell’artista (1995). Nessuno vi aveva mai avuto accesso, li custodiva gelosamente.*

















* N. Pascarella, Trivisonno e il paradosso astratto – I taccuini segreti del Cairo, in L. Caramel, M. Fagioli, N. Pascarella, E. Pontiggia, L’opera pittorica di Amedeo Trivisonno – una pagina dell’arte italiana del ‘900, catalogo della mostra omonima, Editrice Lampo, Campobasso 1998, pagg. 161-179